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martedì 15 gennaio 2019

Fanigliulo...il mio compagno di viaggio


Siamo tutti compagni di viaggio, ma quello di cui vorrei parlarvi quest’oggi lo fu davvero in tutti i sensi. Mi perdonerete quindi se scriverò anche di Franco Fanigliulo a modo mio, ovvero evitando di snocciolare le tante cose che ha fatto, ma unicamente attraverso i miei ricordi.
Mi fu compagno durante l’adolescenza quando, più grande di me di diversi anni, mi affascinava per il suo modo di vivere e di far sognare chi riusciva ad abbandonarsi ai suoi racconti. Lo fu poi, quando lui già affermato, io ormai adulto, condividemmo per molte domeniche uno scomodo vagone ferroviario che da Roma ci riportava nella nostra città.
E allora ricordo una estate degli anni Settanta, forse quella del 1975.  Ricordo una collina dalla quale si poteva vedere tutta La Spezia e un gruppo di ragazzi con la chitarra. Giovanni, che sembrava John Lennon , Gianluigi che aveva ancora tutti i capelli, Gabriele che imitava l’idolo del momento che era Bennato e poi Claudio, Giorgia, Concetta, Paolo e altri di cui non so il nome.  E poi c’era lui Franco come lo chiamavamo, Gianfranco all’anagrafe.
Ricordo una ragazza tristissima che ci portavamo dietro nella speranza di farle dimenticare un amore finito male e Franco quattordici anni più di me che ad un certo punto comincia ad accompagnarsi con la chitarra, che non era la sua, e a raccontarle, in quel modo che solo lui sapeva fare, una strampalata favoletta, nella quale convivevano splendidamente tra loro cavalli alati e piccoli nanetti tutti con gli occhi azzurri che lavoravano come maschere nei molti cinema della città. La ragazza rideva divertita. Per un momento si era lasciata alle spalle l’angoscia per quell’amore evaporato con il caldo dell’estate. Noi ci guardavamo compiaciuti e ironici pronti a dire a Franco cosa si fosse fumato per inanellare così, una dietro l’altra, tutta quella serie di favolose stronzate senza né capo né coda. Seppi solo molto tempo dopo, che scrivere favole era uno dei suoi sogni segreti. Probabilmente mai realizzato. O forse sì. Del resto cosa sono molte delle canzoni di Fanigliulo se non favole imprevedibili? Una su tutte, quella che lo rese famoso, anche se purtroppo per  poco tempo.
Si chiamava “A me mi piace vivere alla grande” con la quale partecipò al Festival di Sanremo. La ricordo bene quella serata. Era il 1979. Eravamo tutti fuori dal Bar Roma, nonostante il freddo pungente di gennaio. Franco apparve annunciato da Annamaria Rizzoli e il Bar improvvisamente si ammutolì, per poi subito ospitare uno dei soliti commenti ahimè tipicamente spezzini stile “mialo lì ma dove i crede d’andae”.
Perché purtroppo Spezia è così: Qui, se riesci a sfondare sei un genio anche se litighi vistosamente con l’italiano, se invece non ce la fai “tei un povero semo ca sa credea d’arrivae chissa dove e i deva tornae a lavorae” .
E così continuiamo a celebrare concittadini illustri, cui frequentare un po’ di più la scuola invece che il partito non avrebbe potuto che giovare e continuiamo a dimenticarci di chi, magari proprio come Fanigliulo, era un genio e avrebbe meritato ben altra carriera. Ma forse, chissà, è così ovunque. Fa parte della insostenibile leggerezza dell’essere, tanto per citare un film proprio di quegli anni.
Franco comunque visse mesi e mesi come una rockstar. La sua canzone era tra le più suonate nelle radio e non era difficile vederlo alla TV, con quel suo fare istrionico un po’ da clown serio cantarla in molte trasmissioni di successo. Poi, come in una favola senza il lieto fine, di quelle cioè che probabilmente a lui non sarebbe mai piaciuto scrivere, il sogno finì.  La canzone venne consegnata agli archivi e non è difficile ritrovarla in qualche compilation di successi sanremesi, perché tale fu, ma di Franco non si seppe più nulla. Un paio di album bellissimi quanto sfortunati, nuovi idoli che si affacciavano all’orizzonte. Spezia sempre più lì, pronta a divorarlo, con la sua disincantata routine, invece che a sorreggerlo.
Lavoravo in una radio importante quando lo ritrovai. Accadde una domenica sera, quando rientravo a casa dopo una settimana di lavoro.  Era il 1983 e già da due anni me ne ero andato dalla mia città per poter vivere facendo ciò che più volevo: parlare al microfono, raccontare storie, tra un disco e l’altro. Ero stanco e un po’ contrariato. Mi avevano “appioppato” un programma sportivo domenicale.
Allora, al contrario di oggi, il calcio mi piaceva. Quel che mi appassionava meno era però dover trascorrere tutte le domeniche chiuso in uno studio da ottobre a maggio e ancora meno non poter rientrare a casa il venerdì sera. Tuttavia mi avevano concesso libero il lunedì (come i barbieri) e due volte al mese anche il martedì. E così, appena data l’ultima classifica e salutato tutti con la pubblicità di una nota marca di autovetture, trovavo fuori un’auto che mi portava alla stazione dove, se ero fortunato e non era in ritardo, un treno dove a volte faceva troppo caldo, e altre si gelava, mi riportava a casa. Tante ore di viaggio sino a che appunto una domenica a Firenze salì lui. Aveva un cappellone a larghe falde e all’inizio non lo riconobbi neppure. Poi presi coraggio e gli chiesi “Ma sei Franco?”.
Nacque così la seconda parte della nostra frequentazione e amicizia. Questa volta da parte mia più consapevole, perché vissuta ormai fuori dall’adolescenza, in quella fase dell’esistenza umana dove anche quattordici anni di differenza non pesano più di tanto. Mi disse che tutte le domeniche andava a Firenze. Credo avesse là una compagna. Da Pisa in poi, il treno diventava un locale (oggi non esistono più neanche questi) e quindi diventava un’agonia ferroviaria che per lui terminava alla stazione di Vezzano dove in quel periodo abitava. Una sera ricordo che mi invitò e scesi anch’io in quella stazione piccolissima. Casa sua era poco distante. Una casa rurale, vera, genuina come lo era Franco. Passammo la serata, si era già in primavera avanzata a rincorrere i conigli, che gli erano scappati dalla conigliera. Tra moccoli e sghignazzi.
Franco era anche questo. Una persona perbene. Tanto istrionico e irraggiungibile quando ti raccontava le cose che aveva creato, quanto diretto e semplice quando te lo ritrovavi davanti con i problemi di tutti i giorni. La macchina che non parte, il bancomat che ti frega la scheda, i conigli che scappano.
Confidava molto in ciò che stava facendo. Zucchero e Vasco so che lo adoravano. Da poco era uscito un suo Q-disc per la Numero 1, l'etichetta discografica di Battisti e credo che presto o tardi sarebbe diventato lui un numero uno, proprio esattamente rimanendo se stesso. Quel ragazzo che improvvisava favole, quel cantautore che recitava le sue canzoni. La vita, o la morte, che poi sono le due facce della solita medaglia non glielo hanno concesso. Morì esattamente lo stesso giorno in cui, dieci anni prima, era salito sul palcoscenico del Festival.
Questa volta “mialo lì ma dove i crede d’andae” glielo disse la triste signora vestita di nero.
Credo che Franco le avrebbe risposto “A te cognosso…tei sempre chi a rompe e bale”.
Domani...Una splendida canzone del mio amico Franco......Ciao.....

lunedì 14 gennaio 2019

Il Mirteto - Gocce di memoria - Giorgia (2003)


LUIGI BALLOTTA                    Dal "Mirteto" di Massimo Baldino
di anni 57            
vulgo Gigion                                                  (Lo trovi qui)
Non riuscii mai a dimenticarla.
Non riuscii mai a superare l’attimo in cui lei mi disse addio.
Improvvisamente la luce nella mia mente si spense
e io rimasi prigioniero delle mie ossessioni.
Cominciai a bere sempre più,
bazzicando le peggiori osterie del paese.
Presto anche il lavoro
se ne andò e mi ritrovai triste, povero
e sempre più maledettamente solo.
Mi ritrovarono,
in una rigida mattina d’inverno,
stecchito, disteso su una panchina 
della piazza principale del paese.
Dicono che stringessi
una ciocca di capelli di lei
nella mia mano
e che con quella mi abbiano seppellito.
Ma penso che queste siano tutte sciocche dicerie.
Io non sono mai stato così romantico e appassionato.
Per tutti ero semplicemente
Gigion l’ex imbianchino”. 

sabato 12 gennaio 2019

MAX BALDINO CERCA...LAURA PAUSINI (2004)

Era il 2004 il programma si chiamava "Il Coccogatto" , non chiedetemi perchè...e ad un certo punto, tra un ospite e l'altro e uno scherzo telefonico e l'altro si accese lalampadina e iniziammo a cercare sugli elenchi telefonici i cognomi di artisti famosi "disturbando" evidentemente molte persone che con Gianni Morandi, Vasco Rossi e come in questo caso Laura Pausini non avevano proprio nulla a che spartire....Era il 2004...e noi al Coccogatto ci divertivamo così....

sabato 5 gennaio 2019

Gli anni - 883 (1996)

Gli 883, perchè adoro questa canzone che mi ricorda una grande avventura lavorativa.
Max Pezzali è una persona fantastica, quando venne a trovarmi in radio per una intervista fu un bel momento di cui serbo uno splendido ricordo. Era timidissimo.
Eravamo nel 1999 e stava promuovendo il suo album ove c'era anche una canzone che ricordo con altrettanto affetto:Le luci di Natale.
Facemmo una lunga intervista e ricordo che venne persino malamente redarguito dall'editore che piombò, come era solito fare in studio malamente per fargli presente che , poveretto, aveva sbagliato, lui che era l'ospite, a declamare lo slogan della emittente.
Diventò tutto rosso, povero Max, non sapeva cosa dire e dovetti intervenire io per sdrammatizzare l'accaduto.
W gli editori radiofonici...sempre gentili e opportuni !!! 

venerdì 4 gennaio 2019

Signora La Vacca cercasi urgentemente (2004)

Scherzetto o dolcetto ?
Dopo tante canzoni....un po' di radio vera.
2004 Scherzaccio telefonico assolutamente improvvisato.
Il tecnico prendeva un numero a caso dagli elenchi nazionali (giusto per non spendere troppo)
e io mi ritrovavo a parlare con un perfetto sconosciuto, dovendomi inventare assolutamente qualcosa
per impedire all'interlocutore di scocciarsi e buttarmi il telefono in faccia.
Si andava rigorosamente in diretta e quindi qualche "parolaccia" poteva scapparci,
cosa che rendeva la trasmissione poco amata dagli editori.
Per fortuna, ho imparato conducendo questo programma che gli italiani sono davvero nella
maggioranza dei casi "brava gente".
Un caro saluto al tecnico e amico Andrea Secci bravissimo a...pescare a caso da gli elenchi italiani.
E bravo anche ad avere salvato gran parte degli scherzi che abbiamo fatto.

mercoledì 2 gennaio 2019

La mia amica Grazia

E' triste pensare che tu non ci sei più.
Ti devo molto e forse tu neppure lo sai.
Ero appena arrivato in Toscana.
Anzi, quello per la verità era il mio primo ingaggio radiofonico.
1981 Radio Quattro...avevo poco più che vent'anni, non mi ero mai allontanato da casa ed ero timidissimo.
Grazia, lavorava in quella radio già da qualche tempo....e mi affiancarono a lei per farmi fare le ossa (una volta da parte dei radiofonici esisteva una professionalità e un culto dell'etere che forse ahime si è perso).
Grazia in meno di due settimane mi rese padrone della situazione, facendo esattamente tutto il contrario di quello che molti avrebbero fatto per ottenere lo scopo.
Cominciò a combinarmene di tutti i colori....dalla sparizione degli "spuntini" che noi vecchi radiofonici, costretti spesso a trascorrere le ore del pranzo in radio usavamo portarci...sino a raccontare in diretta tutti i fatti miei, costringendomi a buffe spiegazioni, sempre rigorosamente in diretta....per evitare di venir ritratto agli occhi degli ascoltatori come un inguaribile imbranato quale ero.
Eravamo il sollazzo deglia ascoltatori...e la disperazione degli editori....
Ci divisero presto...ma lei e solo lei...fece di me quello che poi per anni in radio ho amato essere...cioè "me stesso" e mi aiutò a inserirmi splendidamente in un ambiente nuovo
Un ambiente che amavo ma che mi metteva una soggezione incredibile...
Grazia per me non era solo una collega....era una sorella che mi sono portato appresso in tutte le cose che ho fatto...per oltre trent'anni.
Purtroppo è una strano mestiere questo...
Non c'è altro ambiente di lavoro ove le amicizie diventano profonde come quello della radio.
Facendo radio in fondo regaliamo ogni giorno un po' di noi, della nostra anima.
...e chiuso il microfono qualcosa di quella magia rimane...
Purtroppo però, spesso tutto finisce appena si cambia radio, si cambia regione, si va via.
Ritrovarsi è difficile...perchè se hai amato qualcuno quanto si ama un amico sincero è difficile poi accontentarsi di vederlo per pochi minuti ogni tanto...
Perchè noi delle radio si viveva praticamente insieme....e non ho difficoltà a dire che spesso mi trovavo più a  mio agio a confidarmi con alcuni miei colleghi che con i miei parenti più stretti.
Come fai poi a rivederli per pochi minuti.
Un grande amore non puoi rincontrarlo per pochi minuti....come si fa...
Ecco perchè non rivedevo Grazia da molti anni...Da quando me ne andai da Cuore.
Era il 2000 o il 2001 ...non ricordo.
Ma Grazia c'è sempre stata...come Maurizione Heynard, Franco Bolognesi, e suo fratello Remo...e tanti altri. Troppi...per non definire la vita...una voragine che inghiotte e digerisce ogni cosa.
Grazia sono convinto che oggi se ci potesse leggere....direbbe a tutti, con la sua aria un po' disincantata , che nascondeva invece il suo carattere romantico e sognatore, "Beh ragazzi basta, se continuate così...portate anche un po' sfiga !". Lo so. Mi diresti che sono scemo. Io ti direi che sei la solita donna acida. Poi giù con le risate. Mi manchi amica mia. Mi manchi tanto.
Te la ricordi questa canzone ? Era la canzone che ti ricordava sua vacanza a Ponza fatta negli anni ottanta...anche se la canzone era degli anni settanta.

lunedì 31 dicembre 2018

In ricordo di Maurizio Scalzo


Facendo radio ho avuto modo di conoscere la gente. 
E di gente ne ho conosciuta tanta.
Oggi mi piacerebbe ricordare a modo mio un poeta spezzino che di nome faceva Maurizio e nella vita il postino.
Vorrei appunto ricordarlo a modo mio, cioè con quel po’ di “irriverenza” che mi contraddistingue.
Dunque il suo nome era Maurizio Scalzo e me lo fece conoscere una mia vecchia fiamma.
Si era nel 1977 e nella mia vita c’era Antonella, più grande di me di cinque anni.
Io ne avevo 19 e più o meno come oggi (secondo molti) non capivo un cazzo.
Vivevo asserragliato in una radio che era R.A.T (Radio Alto Tirreno) tra i miei dischi e l’esigenza assurda e assoluta di fingermi imprenditore visto che la radio era mia.
Una sera Antonella mi portò in sala Dante, luogo mai conosciuto sino a quel momento, dove alcuni artisti locali, tutti a me sconosciuti quanto la sala, si esibivano in numeri di arte varia.
Lì tra il pubblico, scarso, allora come oggi in questa città, c’era appunto questo signore con barba e berrettino di lana scuro che rispondeva al nome di Maurizio e che Antonella mi presentò come suo amico nonché scrittore.
Visto che, tra le mie molte ignobiltà, allora ero pure geloso, specie di quelli più grandi, il mio primo pensiero fu “chi è questo e come mai Antonella gli è tanto amica”.
Tuttavia finsi di essere cordiale, nonostante lei che lavorava in radio con me, anzi ne era una delle colonne, lo stesse persino invitando a venirci a trovare prima possibile negli studi.
E fu così, non troppo tempo dopo, che Maurizio si materializzò  nella mia vita radiofonica.
Veniva in radio rigorosamente in motorino, nonostante gli studi fossero in collina, dove a Novembre spesso faceva già un freddo boia, e trascorreva con noi pomeriggi interi.
Ricordo che aveva da poco scritto la “Caraneide” e stava lavorando su “Rosso e nero e altri colori” che sarebbe stato pubblicato poco dopo.
Ogni tanto, specie la mattina quando insieme al mio amico Maurizio Viaggi conducevamo un programma aperto alle telefonate degli ascoltatori, io mi "fingevo colto" e prendendo spunto dal libro che Scalzo mi aveva regalato e che ancora conservo tra le cose più care, buttavo lì una lettura tratta dalla Caraneide, tra l’ovazione generale delle nostre ascoltatrici spezzine (che erano tante).
Maurizio ascoltava, ci telefonava e credo ne fosse felice.
Per me ormai non era più "l’amico di Antonella" del quale essere geloso, ma un amico comune e visto la mia giovane età uno dei miei “maestri di vita”.
Di lui infatti ricordo l’allegria, il suo essere burlone. Quella ironia tipicamente spezzina, nonostante le sue origini calabresi, che a me servì tantissimo per affinare un linguaggio radiofonico che, da buon principiante, doveva ancora trovare delineate le sue forme.   
Nel 1981 lasciai Spezia ingaggiato da una importante emittente toscana che, dopo tanto lavorare gratis, mi pagava finalmente uno stipendio.
Credo che, senza saperlo, mi portai appresso anche un po’ di Maurizio. 
Infatti senza neppure rendermene conto, molte battute che dicevo, avrebbe potuto dirle lui. Erano le stesse che tante volte gli avevo sentito dire anni prima, magari commentando il titolo di un disco o il cognome di qualche cantante. 
 A Spezia non feci radio mai più, se non in una rara parentesi, intorno alla metà degli anni novanta, grazie a una pausa contrattuale, che mi condusse per pochi indimenticabili mesi, dietro ai microfoni di Radio Studio 3 del mio amico Biagioni.
Seppi dei problemi di salute di Maurizio un pomeriggio che lo incontrai casualmente al Bar Roma
Venne su con me alla radio, che era proprio lì da quelle parti.
Era rimasto lo stesso di quasi vent’anni prima.
Ma non scherzava più sui titoli delle canzoni o le facce buffe dei cantanti.
Aveva in borsa uno dei suoi libri, come sua abitudine e me ne fece dono.
Era  L'ultimo canto di Orfeo” pubblicato qualche anno prima.
Quando lo lessi, capii cose di Maurizio che mai avrei immaginato.
Capii davvero che persona avevo conosciuto e avevo avuto il privilegio di frequentare.
Maurizio se ne è andato in una Primavera degli anni 2000. 
Che importa la data ? Direbbe lui.
"Ogni giorno è uguale all’altro per chi muore..." e anche per chi gli sopravvive, aggiungo io.
Cercando in rete un qualche suo ricordo mi sono imbattuto in una frase:
I RE NON MUOIONO 
      MA SI ADDORMENTANO IN ANGOLI DI CIELO
Ecco Maurizio in qualche parte del cielo ci sarà un angolo che ti e ci appartiene. Per il momento eccoti una canzone.
So che ti piaceva…e la cosa non mi stupisce.

Vivo - Renato Zero (1977)

"e tutto il bene l'ho buttato via
per qualche donna e un po' di compagnia"
Questa canzone mi ricorda la mia radio. Era il 1977. 
Si chiamava Radio Alto Tirreno (poi Astroradio).
L'avevo messa su con un po' di soldini racimolati in famiglia e l'aiuto di qualche amico-socio.
Avevamo ricordo, una sede bellissima in collina. Allora i ripetitori di segnale erano cose da ricchi.
Un bel gruppo di stronzi che ricordo oggi però con una malinconia infinita forse perchè
"La vita questa gran signora si paga a ore come una puttana"

La storia

Diciamoci la verità. Ero proprio strafatto quella mattina di Maggio quando alle 11 circa finito il giornale radio, mi sfilai le cuffie dalla testa, chiamai in fretta e furia una collega per sostituirmi e mi andai a rinchiudere per mesi in un camper senza toccare cibo per settimane. Ero strafatto di tranquillanti presi per poter prendere sonno la notte e di eccitanti assunti durante il giorno per poter stare con gli occhi aperti e più o meno lavorare. Andava avanti così da mesi anche se quasi nessuno se ne era accorto. Noi radiofonici, infatti, sappiamo fingere sempre molto bene. Questione di allenamento. E poi, penso che i veri momenti difficili nella vita di una persona, sono sempre una cosa intima che merita di essere vissuta come il soldato della “Guerra di Piero” di De Andrè in solitudine. Seguirono mesi chiuso in un camper senza voler vedere nessuno. A parte la mia amica e collega Patrizia che probabilmente con i suoi due cappuccini al giorno e un amore che forse neppure una sorella mi avrebbe saputo dare, ha impedito che quel non voler più vivere così, diventasse qualcosa di diverso. Qualcosa di peggio. E’ in quei pochi mesi e probabilmente negli anni che sono seguiti che è nata una persona nuova. Una persona diversa. Una persona che invece lotta , pur pendendo regolarmente tutte le sue battaglie. Lotta per affermare che esserci presuppone degli obblighi , prima di tutto verso noi stessi. Quello di essere rispettati. Da tutti. Da chi dice di amarci ma ancor più da chi non ci ama affatto. Da coloro a cui siamo indifferenti e ci vedono unicamente come un numero. Da quella mattina di quel lontana mese di Maggio del 2006 ho smesso di fare radio. Almeno nel senso come io ho sempre inteso il mezzo. La mia prima volta dietro a un microfono risaliva al Marzo del 1976 . Dal 1981 girando l’Italia . Ero in onda su un marchio nazionale, la mattina in cui suicidai lo speaker che era in me per far nascere l’uomo. Avevo 48 anni, ma tutti non me ne attribuivano più di una trentina al contrario di oggi che i miei quasi 61 li dimostro e me li sento tutti. Cosa è rimasto di trent’anni passati giorno dopo giorno dietro a un microfono ? Pochissimo e al tempo stesso un universo . Sono rimaste come dice in una sua canzone Gabriella Ferri, tante altre voci e tanta gente conosciuta..”tante facce nella memoria” “Tanti racconti carpiti al telefono nelle lunghe dirette mattutine…” Tanti colleghi, di cui molti oggi non ci sono più come “Maurizione” Heynard, o la indimenticabile Grazia Bernini o ancora il maestro di tutti noi Robertino Arnaldi, la più allegra delle persone tristi conosciute in vita mia. Ma soprattutto è rimasta in me una Galassia di canzoni. Ho deciso dunque quotidianamente di ricordarvene alcune. Nella speranza che forse molte di queste siano anche le vostre. Quelle della vostra vita. Diversa eppure così uguale alla mia. Perché la vita di tutti noi una cosa in comune ce l’ha.  Scorre.