domenica 17 febbraio 2019

La mia Mia

Ero veramente un ragazzino quando nel 1972 la voce di Mia Martini si diffondeva attraverso i Juke Box e i transistor su tutte le spiagge italiane, come su quella che io frequentavo all’isola Palmaria: stabilimento sottoufficiali per la precisione.
Io avevo 14 anni ed ero un ragazzino piuttosto solitario e taciturno. Mia allora in realtà non ne aveva moltissimi di più, anche se a me pareva donna tanto matura quanto inarrivabile. Ma questo fa parte di quella strana alchimia che è il concetto-tempo. Una cosa indubbiamente lineare e matematica che in realtà, chissà perché, si trasforma man mano che gli anni aumentano e che ci rende vecchi, cosicché l’abissale differenza che segna lo spartiacque tra un ragazzino di 14 anni e una ragazza di 25 diventa poco più che un rigagnolo quando quel ragazzino di anni ne compie 61 e quella ragazza ne avrebbe 72.
Ma torniamo a Mia. Cantava “Piccolo uomo”, vincendo il Festivalbar che chi ha vissuto quegli anni sa cosa rappresentasse nell’economia dell’estate. Significava che le canzoni erano autenticamente la colonna sonora di amori, magari solo sognati, di momenti difficilmente altrimenti immortalabili. E così, come descritto splendidamente in una canzone di Renato Zero, “Spiagge” arrivava l’autunno. Tutto quasi improvvisamente finiva transitando velocemente in poche giornate settembrine ove il mare già si allontanava quasi sfumando nel rosso intenso delle prime foglie cadute. Tornava la scuola con noiosi pomeriggi persi sui libri e dentro, appunto, ti rimanevano le canzoni, quelle dei momenti felici o più semplicemente di ozio. Ti rimanevano Mia, l’eterno Lucio, i tormentoni dei Pooh. Ti rimanevano dentro le voci e i personaggi che amavi e le loro canzoni. “Piccolo uomo” appunto era una di queste.
Personalmente però mi innamorai di Mia esattamente l’estate dopo nel 1973, quando si ripresentò nelle Hit Parade del grande Lelio Luttazzi con una canzone struggente dall’incedere avvolgente quale “Minuetto”.
Una canzone adatti ai più grandi che ai miei 15 anni. Eppure mi emozionava come poche altre, forse perché intuivo in quel brano qualcosa di cui non potevo far parte. La storia è nota. Si tratta di una ragazza perdutamente innamorata di un uomo, che io immaginavo molto più grande di lei, molto più esperto, probabilmente sposato che usava la sua vittima adoperandola per i suoi desideri più biechi e carnali, non rendendosi conto, o forse rendendosene perfettamente conto di quanto male facesse alla sua povera preda, colpevole solo di provare dei sentimenti che la tenevano legata a quella improponibile relazione.
Un ragazzino come me, che idealizzava l’amore non avendolo mai realmente vissuto provava sofferenza per tanto scempio. Avrei voluto fare irruzione nella canzone, avrei voluto avere l’età giusta per far innamorare di me la povera ragazza e portarla via da tutta quella sofferenza. Avrei voluto sostituire quell’uomo affinché le carezze e i baci non fossero più qualcosa di sporco. Sogni di ragazzino, ma a volte a quell’età sono anche queste sensazioni a farci innamorare dei nostri miti. Miti come nel caso di Mia Martini che poi ci accompagnano nel tempo. Spesso per sempre.
Ovvio che anche l’amore per Mia si perse nel correre veloce degli anni. Nella dimensione reale della vita, degli amori, dei vari accadimenti. E anche le canzoni di Mia in realtà finirono poco dopo per vari motivi che non conoscevo. Altri motivi e pochi altri miti soppiantarono quella ragazza dagli occhioni enormi della quale mi ero, per un’estate, perdutamente innamorato.
La ritrovai però molti anni più tardi nel 1982, quando, ormai uomo, ero per la seconda volta inviato per una importante radio a Sanremo e la dovevo intervistare. Cioè io dovevo trovarmi a pochi centimetri da una entità prima solo immaginata e poi per tanti anni dimenticata della quale ero stato comunque innamorato. È difficile spiegare cosa si prova in quei momenti e non credo neppure di avere la capacità letteraria per descriverlo. Si mescola tutto. Capisci banalmente che l’oggetto dei tuoi sogni è in realtà una persona esattamente come te. Capisci, lo so che è stupido, che esiste. È qualcosa di reale. E che se non ti sbrighi a riemergere da tutta quella confusione mentale di orrende banalità magari finirà anche per mandarti a cagare pensando di trovarsi al cospetto di un povero scemo. Ricordo che balbettai un fioco quasi impercettibile “Mia, anche tu qui a Sanremo…”, corretto da un perentorio “Come mai hai scelto di venire al Festival” poi scavalcato da un “scusa Mia sono emozionato”. Lo dissi poche volte nella mia vita "sono emozionato". Non fa parte del mio carattere genuflettermi davanti ai potenti, siano Santi e Miti viventi. Ma quella volta sentii di doverlo confessare perché il cuore batteva, la salivazione era azzerata, come direbbe Fantozzi e in fondo credo che pensai pure di doverglielo. Per quello che aveva rappresentato, per quello che ritrovandomela di fronte ancora rappresentava.
Piccolo dettaglio non trascurabile: Mia aveva cantato la sera prima e ricordo bene che già da quando il suo nome era comparso tra i partecipanti non ero affatto colpito da questa rentrée, che consideravo appunto una “riesumazione sanremese” come tante volte si era osato fare al Festival. Insomma… toh chi si risente… Tre minuti per pensare e magari dire le solite considerazioni: la voce non è più la stessa, oppure però questa sa ancora cantare… Oddio come è invecchiata oppure che è sempre una bella donna. Per poi archiviare il tutto con un inutile quanto fatuo va beh… chi è il prossimo? In realtà così non fu. Né per me, né per molti altri che accanto al sottoscritto assistevano alla esibizione di Mia giù in sala stampa.
Dal primo attacco di “E non finisce mica il cielo” un brivido ci scosse tutti. Mia non solo c’era ancora, ma era diventata se possibile ancor più brava! Mia non si era dunque mai allontanata dal mio immaginario di ragazzo, ma aveva semplicemente assunto una dimensione diversa. Non era più un sogno erotico, ma oggi rappresentava davvero quello che a 15 anni forse non si può comprendere: l’arte pura. Che nel caso di una interprete significa portarti dentro una canzone e fartela sentire tua sino a identificartici. Tornando alla intervista in qualche modo mi ripresi e la portai a termine, anche perché man mano che l’emozione lasciava il posto al desiderio di conoscere sentivo Mia davvero sempre più persona. Con tutte le sue enormi fragilità forse provocate da un dramma che io al tempo neppure immaginavo.
Dopo quel Sanremo per me ce ne furono molti altri mentre Mia fu nuovamente messa da parte dal mondo della canzone ma questa volta, a mio avviso, mai più dal suo pubblico.
Personalmente programmavo regolarmente i suoi dischi, anche quelli che ahimè non ricevevano dalla TV i passaggi necessari per farli conoscere alla maggior parte della gente. Erano canzoni struggenti come “Bambolina”, che narrava del complicato rapporto tra una figlia e il padre adorato eppure sempre troppo distante. Mia tornò nuovamente nel 1989 con “Almeno tu nell’universo”, con “Gli uomini non cambiano” e ancora una volta intrepretando magistralmente una canzone, come “Minuetto”, di Franco Califano: “La nevicata del ’56.” Tre canzoni una più bella dell’altra dove Mia si consacrò, se ce ne fosse stato bisogno, a mio modo di vedere l’interprete più grande che l’Italia abbia mai avuto. Mi viene da pensare forse a Gilda Mignonette, ma è roba colta e soprattutto d’altri tempi.
Personalmente la rividi durante l’ultimo suo Festival nel 1993.
Cantava in coppia con la sorella Loredana in un qualcosa che mi parve troppo artificioso e forse studiato al tavolino. Cantava “Stiamo come stiamo” e la sua voce era forse persino inadatta a una canzone rockettara di quel tipo in cui veniva sovrastata dalla sorella, specie nella esibizione dal vivo. Comunque la vidi durante una sessione di interviste dedicate alle radio libere che si teneva nella Hall di un grande albergo sanremese. Mi pare il Mediterraneè.
Ebbi l’impressione di una donna stanca che quasi si trascinava, poggiando le sue cose in malo modo, quasi che tutto le provocasse stanchezza e fastidio. Comprese quelle interviste quasi tutte uguali che gli artisti erano costretti a subire durante quei troppi giorni di Festival. Non ebbi proprio il coraggio di avvicinarla. Di disturbarla. Certo ancora una volta non immaginavo che la sua lontananza, il suo risalire lentamente la china, il suo non volersi arrendere fosse dovuto, oltre che a qualche problema fisico da quelle solite incredibili cattiverie che si perdevano nell’atroce gioco della superstizione che nel mondo dello spettacolo di vittime ne ha mietute parecchie.
Tuttavia una cosa la voglio dire. Due momenti e due cose mi hanno colpito particolarmente guardando la fiction televisiva. Uno è la bravura di Serena Rossi di comunicare in un certo momento del film lo stato di abbandono e prostrazione nel quale Mia negli ultimi anni si deve essere probabilmente dibattuta, un certo modo di camminare appunto, di muoversi quasi pesante nonostante un fisico non certo giunonico e poi proprio la parte riguardante “le voci” di un suo possibile portar male.
E già, perché un conto certe cose è leggerle o apprenderle così per sentito dire ed un conto è stato per me vederle rappresentate in un film. Veramente mi chiedevo, mentre scorrevano le immagini, come può la gente, non tanto essere così cattiva, che alla mia età credo di averlo capito e sperimentato, ma prima di tutto essere così cretina, pecoreccia, decerebrata da credere davvero, sino a farsene condizionare a certe cose. Come può un essere comunque evoluto, seppur non esageratamente intelligente quale l’uomo credere davvero che un suo simile possa portare sfiga.
Ci mancherebbe nel mondo dello spettacolo la superstizione è di casa e tutti quelli che questo mondo l’hanno bazzicato lo sanno bene. Tuttavia un conto è su certe cose riderci, magari per ridicolizzare, anche se in modo cafone, qualcuno. L’ho abbiamo fatto in tanti. Altra cosa è crederci davvero. Mi sembrava una cosa incredibile e il film da questo punto di vista mi ha scioccato.
Abbiamo perso anzitempo una grande artista il cui cuore a un certo punto ha ceduto proprio quando forse ci stava regalando il meglio di se stessa, come quando ospite di un programma di Baudo dedicato a Sanremo si produsse in una serie incredibile di rivisitazioni dei successi del Festival. L’abbiamo persa più volte e in vari momenti della nostra vita. Una prima volta negli anni settanta, poi ancora nel decennio successivo. Mia era solo una donna che sapeva amare. Per questo era così fragile e insieme così forte. Sono convinto che ci avrà perdonati. Del resto avere fatto a meno di lei dal 1972 ad oggi per almeno 40 anni su 47 credo sia già una punizione per tutti noi enorme.
Ciao Mia… ora dobbiamo essere noi a cantarti “Almeno tu nell’universo” illudendoci che tu ci possa ancora ascoltare.         Modifica

sabato 16 febbraio 2019

Dov'eri - Ivana Spagna (1997)

In attesa di parlarvi del mio incontro "quasi adolescenziale" con Mia Martini voglio ricordare oggi una grande voce italiana degli anni ottanta e novanta: Ivana Spagna o più semplicemente Spagna come tutti ci siamo abituati a chiamarla sino da quando nei primi anni ottanta scalò le classifiche internazionali con una delle tante produzioni italiane disco che regolarmente sbancavano il botteghino qui da noi come all'estero. Il pezzo si chiamava Easy lady e fu veramente una hit consacrata all'eternità.
Certo ce ne volle per la brava Ivana per uscire da quel cliche di bionda da successi apripista che la lanciarono, ma da grande interprete quale Spagna è, riuscì piano piano ad abituare il pubblico anche ad apprezzarla quale interprete di canzoni melodiche e cosa ancor più importanti in lingua italiana.
Cosa che comunque non la privò di quella notorietà che nel frettaempo si era guadagnata all'estero.
Una delle canzoni più belle di Spagna è quella che vi propongo. Com'eri, creata direi appositamente per sfondare in radio dove la si poteva programmare sino a dieci volte al giorno senza che questo provocasse negli ascoltatori nessuna azione di rigetto.
Com'eri, insomma, non diventò mai un "tormentone" eppure vi posso garantire che monopolizzò per buona parte della stagione radiofonica 97-98 la programmazione di gran parte dei network italiani.

martedì 5 febbraio 2019

Ciao Luigi...

 Mi piace ricordare, oggi che Sanremo apre i battenti un artista che con la sua partecipazione al dannato Festival di questa italia canzonettara i battenti li ha chiusi per sempre, privandoci del suo genio e della sua voce.
Luigi infatti cantava come Nat King Cole, ma in pochi in questa italia canzonettara se ne erano accorti. La sua grandezza come interprete emerge proprio in quelle rare occasioni in cui è chiamato a cantare brani non suoi. Come in questo provino rimasto chiuso in un cassetto per oltre vent'anni, sino a quando nel 1984 il fratello Valentino convinse Mogol autore insieme a Donida del brano a renderlo pubblico.
"Più mi innamoro di te e meno tu mi ami. Più io ti parlo di me e meno tu mi ascolti."  In realtà  Tenco rende questa canzone magistralmente sua....e anche questo é un segno distintivo comune a tutti i grandi artisti.
Di Luigi autore o cantautore ci restano decine di canzoni. Molte ai più sconosciute e alcuni classici, spesso ripresi da tutti gli interpreti più famosi.
Ci restano i suoi occhi tristi e penetranti e ci resta la sua insoddisfazione, probabilmente dettata non già dal non arrivare a quel successo che altri suoi amici e "compagni di viaggio" come Gaber o Paoli avevano da tempo raggiunto, ma se mai, dal non venir compreso da un pubblico a cui Luigi ha dedicato tutta la sua vita.

Al povero Tenco oggi che ho passato i sessanta....direi, parafrasando il titolo di una sua canzone famosissima, che c è poco da "vedere"...
Se non deve andare nella vita non va....
Il branco segue il caprone e si fa condurre dove il pastore vuole.
Vedrai vedrai è una triste ballata che racconta il fallimento di un uomo che ha dovuto ammazzarsi per far capire alla gente quanto era grande !
I veri artisti sono avvisati.

giovedì 24 gennaio 2019

Aviatore - Renzo Zenobi (1983)

E parlando di artisti poco capiti o più semplicemente come si è soliti dire "sfortunati" mi piace ricordare e riproporvi Renzo Zenobi. Ennio Melis che al tempo, si era nei primi anni ottanta, ricopriva il ruolo di megadirettore galattico nella importantissima etichetta discografica RCA Italiana provò in tutti i modi a farlo emergere ma non ci fu proprio niente da fare. Eppure Zenobi ha al suo attivo almeno due splendidi album che meriterebbero di essere riscoperti.
In quegli anni lavoravo in una importante radio del centro Italia e in una delle prime tv, anzi la prima che utilizzava i videoclip e ricordo in particolare una canzone che vi voglio riproporre.

lunedì 21 gennaio 2019

Te lo leggo negli occhi - Franco Battiato (1999)

Una canzone degli anni sessanta di un cantante messo in archivio troppo presto: Dino.
L'avevano scritta due geni come Sergio Endrigo e Sergio Bardotti e partecipava ad uno dei tanti Festival italiani che dopo il successo di Sanremo proliferavano lungo tutto lo stivale:
Il Festival delle rose. Un grande artista e musicista come Franco Battiato decise nel 1999 di ripescarla per inserirla in un suo album. Il risultato è emozionante perchè la canzone è bella ma anche perchè negli anni sessanta è rimasto il cuore di tanti italiani che amano ripensarli come un periodo felice.
Non so se lo era davvero. Io li ricordo quegli anni perchè li ho vissuti anche se ero bimbo.
Non credo che tanti di noi oggi farebbero a meno di tutte quelle cazzate che ci hanno fatto credere indispensabili: Internet, cellulari, computers e poi Suv, Suv e ancora Suv come se dovessimo tutti abitare sui monti e raggiungere luoghi inaccessibili. Rivorreste Canzonissima e Rita Pavone ma spostarvi in città con una seicento grigio topo ?

sabato 19 gennaio 2019

Piero Ciampi...l'italiano

Piero Ciampi, una persona troppo unica per poter piacere a tanti.
Era questo il limite e insieme la grandezza di questo artista, letteralmente venerato da molti suoi illustri colleghi, Gino Paoli su tutti, eppure così predestinato al fallimento quanto alla autodistruzione messa in essere nel caso di Ciampi attraverso l'alcol che se lo è divorato una cellula per volta, alla velocità stessa con cui Ciampi creava e disperdeva nel nulla molti dei suoi versi.
Sì, perché Piero, che intervistai nel 1977 per una radio locale, era prima di tutto un poeta. Più vicino ai barboni che ai manager discografici. Anche a quelli che in lui credettero fortemente come il mio amico Ennio Melis, che lo volle mettere sotto contratto alla RCA Italiana, la casa discografica più importante di una fortunata stagione musicale. quella dei De Gregori, dei Venditti dei Dalla.
Ancor prima aveva militato nella altrettanto prestigiosa CGD tramite il suo compagno di militare Reverberi che proprio in quegli anni stava legando il proprio nome alle più importanti produzioni discografiche di autori come Gaber, Paoli, Bindi.
Ma appunto, Piero Ciampi era una persona troppo unica per poter piacere a tanti e preferì espatriare a Parigi dove, già al limite di quella "società perbene" che passeggia nelle sue strade, compra nei suoi negozi e infesta i suoi locali Piero vagava, accompagnandosi con la chitarra nelle bettole più infrequentabili della capitale francese.
Lo chiamavano Piero l'italiano.
E proprio in quelle bettole, Piero mi raccontò nell'intervista, conobbe il grande J.P. Sartre che pare avesse un debole per quel menestrello triste. E un debole per lui lo avevano anche molti dei nostri artisti più famosi, tanto che alcune composizioni di Ciampi furono interpretate in tutti i tempi da gente come Dalida, Milly, Zero, Nada, Gigliola Cinquetti.
Un caso? Pare difficile.
Piero aveva qualcosa di speciale. Qualcosa che però al pubblico faceva paura. Era vero, come lo erano le sue canzoni. Era genuino, come lo era il vino di cui faceva un uso smodato. Tanto che molte delle sue esibizioni in pubblico sono avvenute in stato di evidente ubriachezza, come quando Amilcare Rambaldi lo volle a un premio Tenco. O come quando Melis gli procurò uno special televisivo, praticamente mai andato in onda visto lo stato nel quale Ciampi si presentò alla registrazione. E Ciampi era strafatto di vino anche quando lo avvicinai io, dopo un suo spettacolo, al quale assistettero malamente non più di venticinque spettatori, durante una di quelle oceaniche Feste dell'Unità che si facevano una volta.
Ma Ciampi era esattamente questo. Uno che sapeva amare, ma non amarsi. Uno che, pur provenendo da una famiglia livornese tutto sommato ricca, decise di vivere la sua vita nei piano terra (praticamente nei garage) delle città italiane dove si produceva musica: Milano prima, Roma poi.
Uno che probabilmente della vita aveva capito tutto troppo presto.
Talmente presto che a 46 anni non aveva più nulla da imparare e ci ha lasciato.
Già ma cosa ci ha lasciato ? Sarebbe riduttivo rispondere un centinaio di canzoni-capolavoro incise su cinque LP, tutti commercialmente fallimentari. Ciampi ci ha lasciato molto di più.
Molto di più dei tre o quattro libri di poesie pubblicati postumi attraverso il recupero di molti dei suoi versi che amava abbandonare nei luoghi più improponibili, dopo averli scritti su foglietti occasionali.
Molto di più. Ci ha lasciato un sogno. Il suo. Quello di un uomo che amava vivere tentando di comunicare con gli altri rimanendo se stesso. Quello di una persona non omologabile. Quello insomma di un essere umano veramente libero. Come solo gli Anarchici veri sanno essere. Ecco, se lo pensiamo così Piero Ciampi è stato un uomo di enorme successo. Il più grande di tutti.