giovedì 24 gennaio 2019

Aviatore - Renzo Zenobi (1983)

E parlando di artisti poco capiti o più semplicemente come si è soliti dire "sfortunati" mi piace ricordare e riproporvi Renzo Zenobi. Ennio Melis che al tempo, si era nei primi anni ottanta, ricopriva il ruolo di megadirettore galattico nella importantissima etichetta discografica RCA Italiana provò in tutti i modi a farlo emergere ma non ci fu proprio niente da fare. Eppure Zenobi ha al suo attivo almeno due splendidi album che meriterebbero di essere riscoperti.
In quegli anni lavoravo in una importante radio del centro Italia e in una delle prime tv, anzi la prima che utilizzava i videoclip e ricordo in particolare una canzone che vi voglio riproporre.

lunedì 21 gennaio 2019

Te lo leggo negli occhi - Franco Battiato (1999)

Una canzone degli anni sessanta di un cantante messo in archivio troppo presto: Dino.
L'avevano scritta due geni come Sergio Endrigo e Sergio Bardotti e partecipava ad uno dei tanti Festival italiani che dopo il successo di Sanremo proliferavano lungo tutto lo stivale:
Il Festival delle rose. Un grande artista e musicista come Franco Battiato decise nel 1999 di ripescarla per inserirla in un suo album. Il risultato è emozionante perchè la canzone è bella ma anche perchè negli anni sessanta è rimasto il cuore di tanti italiani che amano ripensarli come un periodo felice.
Non so se lo era davvero. Io li ricordo quegli anni perchè li ho vissuti anche se ero bimbo.
Non credo che tanti di noi oggi farebbero a meno di tutte quelle cazzate che ci hanno fatto credere indispensabili: Internet, cellulari, computers e poi Suv, Suv e ancora Suv come se dovessimo tutti abitare sui monti e raggiungere luoghi inaccessibili. Rivorreste Canzonissima e Rita Pavone ma spostarvi in città con una seicento grigio topo ?

sabato 19 gennaio 2019

Piero Ciampi...l'italiano

Piero Ciampi, una persona troppo unica per poter piacere a tanti.
Era questo il limite e insieme la grandezza di questo artista, letteralmente venerato da molti suoi illustri colleghi, Gino Paoli su tutti, eppure così predestinato al fallimento quanto alla autodistruzione messa in essere nel caso di Ciampi attraverso l'alcol che se lo è divorato una cellula per volta, alla velocità stessa con cui Ciampi creava e disperdeva nel nulla molti dei suoi versi.
Sì, perché Piero, che intervistai nel 1977 per una radio locale, era prima di tutto un poeta. Più vicino ai barboni che ai manager discografici. Anche a quelli che in lui credettero fortemente come il mio amico Ennio Melis, che lo volle mettere sotto contratto alla RCA Italiana, la casa discografica più importante di una fortunata stagione musicale. quella dei De Gregori, dei Venditti dei Dalla.
Ancor prima aveva militato nella altrettanto prestigiosa CGD tramite il suo compagno di militare Reverberi che proprio in quegli anni stava legando il proprio nome alle più importanti produzioni discografiche di autori come Gaber, Paoli, Bindi.
Ma appunto, Piero Ciampi era una persona troppo unica per poter piacere a tanti e preferì espatriare a Parigi dove, già al limite di quella "società perbene" che passeggia nelle sue strade, compra nei suoi negozi e infesta i suoi locali Piero vagava, accompagnandosi con la chitarra nelle bettole più infrequentabili della capitale francese.
Lo chiamavano Piero l'italiano.
E proprio in quelle bettole, Piero mi raccontò nell'intervista, conobbe il grande J.P. Sartre che pare avesse un debole per quel menestrello triste. E un debole per lui lo avevano anche molti dei nostri artisti più famosi, tanto che alcune composizioni di Ciampi furono interpretate in tutti i tempi da gente come Dalida, Milly, Zero, Nada, Gigliola Cinquetti.
Un caso? Pare difficile.
Piero aveva qualcosa di speciale. Qualcosa che però al pubblico faceva paura. Era vero, come lo erano le sue canzoni. Era genuino, come lo era il vino di cui faceva un uso smodato. Tanto che molte delle sue esibizioni in pubblico sono avvenute in stato di evidente ubriachezza, come quando Amilcare Rambaldi lo volle a un premio Tenco. O come quando Melis gli procurò uno special televisivo, praticamente mai andato in onda visto lo stato nel quale Ciampi si presentò alla registrazione. E Ciampi era strafatto di vino anche quando lo avvicinai io, dopo un suo spettacolo, al quale assistettero malamente non più di venticinque spettatori, durante una di quelle oceaniche Feste dell'Unità che si facevano una volta.
Ma Ciampi era esattamente questo. Uno che sapeva amare, ma non amarsi. Uno che, pur provenendo da una famiglia livornese tutto sommato ricca, decise di vivere la sua vita nei piano terra (praticamente nei garage) delle città italiane dove si produceva musica: Milano prima, Roma poi.
Uno che probabilmente della vita aveva capito tutto troppo presto.
Talmente presto che a 46 anni non aveva più nulla da imparare e ci ha lasciato.
Già ma cosa ci ha lasciato ? Sarebbe riduttivo rispondere un centinaio di canzoni-capolavoro incise su cinque LP, tutti commercialmente fallimentari. Ciampi ci ha lasciato molto di più.
Molto di più dei tre o quattro libri di poesie pubblicati postumi attraverso il recupero di molti dei suoi versi che amava abbandonare nei luoghi più improponibili, dopo averli scritti su foglietti occasionali.
Molto di più. Ci ha lasciato un sogno. Il suo. Quello di un uomo che amava vivere tentando di comunicare con gli altri rimanendo se stesso. Quello di una persona non omologabile. Quello insomma di un essere umano veramente libero. Come solo gli Anarchici veri sanno essere. Ecco, se lo pensiamo così Piero Ciampi è stato un uomo di enorme successo. Il più grande di tutti.

martedì 15 gennaio 2019

Fanigliulo...il mio compagno di viaggio


Siamo tutti compagni di viaggio, ma quello di cui vorrei parlarvi quest’oggi lo fu davvero in tutti i sensi. Mi perdonerete quindi se scriverò anche di Franco Fanigliulo a modo mio, ovvero evitando di snocciolare le tante cose che ha fatto, ma unicamente attraverso i miei ricordi.
Mi fu compagno durante l’adolescenza quando, più grande di me di diversi anni, mi affascinava per il suo modo di vivere e di far sognare chi riusciva ad abbandonarsi ai suoi racconti. Lo fu poi, quando lui già affermato, io ormai adulto, condividemmo per molte domeniche uno scomodo vagone ferroviario che da Roma ci riportava nella nostra città.
E allora ricordo una estate degli anni Settanta, forse quella del 1975.  Ricordo una collina dalla quale si poteva vedere tutta La Spezia e un gruppo di ragazzi con la chitarra. Giovanni, che sembrava John Lennon , Gianluigi che aveva ancora tutti i capelli, Gabriele che imitava l’idolo del momento che era Bennato e poi Claudio, Giorgia, Concetta, Paolo e altri di cui non so il nome.  E poi c’era lui Franco come lo chiamavamo, Gianfranco all’anagrafe.
Ricordo una ragazza tristissima che ci portavamo dietro nella speranza di farle dimenticare un amore finito male e Franco quattordici anni più di me che ad un certo punto comincia ad accompagnarsi con la chitarra, che non era la sua, e a raccontarle, in quel modo che solo lui sapeva fare, una strampalata favoletta, nella quale convivevano splendidamente tra loro cavalli alati e piccoli nanetti tutti con gli occhi azzurri che lavoravano come maschere nei molti cinema della città. La ragazza rideva divertita. Per un momento si era lasciata alle spalle l’angoscia per quell’amore evaporato con il caldo dell’estate. Noi ci guardavamo compiaciuti e ironici pronti a dire a Franco cosa si fosse fumato per inanellare così, una dietro l’altra, tutta quella serie di favolose stronzate senza né capo né coda. Seppi solo molto tempo dopo, che scrivere favole era uno dei suoi sogni segreti. Probabilmente mai realizzato. O forse sì. Del resto cosa sono molte delle canzoni di Fanigliulo se non favole imprevedibili? Una su tutte, quella che lo rese famoso, anche se purtroppo per  poco tempo.
Si chiamava “A me mi piace vivere alla grande” con la quale partecipò al Festival di Sanremo. La ricordo bene quella serata. Era il 1979. Eravamo tutti fuori dal Bar Roma, nonostante il freddo pungente di gennaio. Franco apparve annunciato da Annamaria Rizzoli e il Bar improvvisamente si ammutolì, per poi subito ospitare uno dei soliti commenti ahimè tipicamente spezzini stile “mialo lì ma dove i crede d’andae”.
Perché purtroppo Spezia è così: Qui, se riesci a sfondare sei un genio anche se litighi vistosamente con l’italiano, se invece non ce la fai “tei un povero semo ca sa credea d’arrivae chissa dove e i deva tornae a lavorae” .
E così continuiamo a celebrare concittadini illustri, cui frequentare un po’ di più la scuola invece che il partito non avrebbe potuto che giovare e continuiamo a dimenticarci di chi, magari proprio come Fanigliulo, era un genio e avrebbe meritato ben altra carriera. Ma forse, chissà, è così ovunque. Fa parte della insostenibile leggerezza dell’essere, tanto per citare un film proprio di quegli anni.
Franco comunque visse mesi e mesi come una rockstar. La sua canzone era tra le più suonate nelle radio e non era difficile vederlo alla TV, con quel suo fare istrionico un po’ da clown serio cantarla in molte trasmissioni di successo. Poi, come in una favola senza il lieto fine, di quelle cioè che probabilmente a lui non sarebbe mai piaciuto scrivere, il sogno finì.  La canzone venne consegnata agli archivi e non è difficile ritrovarla in qualche compilation di successi sanremesi, perché tale fu, ma di Franco non si seppe più nulla. Un paio di album bellissimi quanto sfortunati, nuovi idoli che si affacciavano all’orizzonte. Spezia sempre più lì, pronta a divorarlo, con la sua disincantata routine, invece che a sorreggerlo.
Lavoravo in una radio importante quando lo ritrovai. Accadde una domenica sera, quando rientravo a casa dopo una settimana di lavoro.  Era il 1983 e già da due anni me ne ero andato dalla mia città per poter vivere facendo ciò che più volevo: parlare al microfono, raccontare storie, tra un disco e l’altro. Ero stanco e un po’ contrariato. Mi avevano “appioppato” un programma sportivo domenicale.
Allora, al contrario di oggi, il calcio mi piaceva. Quel che mi appassionava meno era però dover trascorrere tutte le domeniche chiuso in uno studio da ottobre a maggio e ancora meno non poter rientrare a casa il venerdì sera. Tuttavia mi avevano concesso libero il lunedì (come i barbieri) e due volte al mese anche il martedì. E così, appena data l’ultima classifica e salutato tutti con la pubblicità di una nota marca di autovetture, trovavo fuori un’auto che mi portava alla stazione dove, se ero fortunato e non era in ritardo, un treno dove a volte faceva troppo caldo, e altre si gelava, mi riportava a casa. Tante ore di viaggio sino a che appunto una domenica a Firenze salì lui. Aveva un cappellone a larghe falde e all’inizio non lo riconobbi neppure. Poi presi coraggio e gli chiesi “Ma sei Franco?”.
Nacque così la seconda parte della nostra frequentazione e amicizia. Questa volta da parte mia più consapevole, perché vissuta ormai fuori dall’adolescenza, in quella fase dell’esistenza umana dove anche quattordici anni di differenza non pesano più di tanto. Mi disse che tutte le domeniche andava a Firenze. Credo avesse là una compagna. Da Pisa in poi, il treno diventava un locale (oggi non esistono più neanche questi) e quindi diventava un’agonia ferroviaria che per lui terminava alla stazione di Vezzano dove in quel periodo abitava. Una sera ricordo che mi invitò e scesi anch’io in quella stazione piccolissima. Casa sua era poco distante. Una casa rurale, vera, genuina come lo era Franco. Passammo la serata, si era già in primavera avanzata a rincorrere i conigli, che gli erano scappati dalla conigliera. Tra moccoli e sghignazzi.
Franco era anche questo. Una persona perbene. Tanto istrionico e irraggiungibile quando ti raccontava le cose che aveva creato, quanto diretto e semplice quando te lo ritrovavi davanti con i problemi di tutti i giorni. La macchina che non parte, il bancomat che ti frega la scheda, i conigli che scappano.
Confidava molto in ciò che stava facendo. Zucchero e Vasco so che lo adoravano. Da poco era uscito un suo Q-disc per la Numero 1, l'etichetta discografica di Battisti e credo che presto o tardi sarebbe diventato lui un numero uno, proprio esattamente rimanendo se stesso. Quel ragazzo che improvvisava favole, quel cantautore che recitava le sue canzoni. La vita, o la morte, che poi sono le due facce della solita medaglia non glielo hanno concesso. Morì esattamente lo stesso giorno in cui, dieci anni prima, era salito sul palcoscenico del Festival.
Questa volta “mialo lì ma dove i crede d’andae” glielo disse la triste signora vestita di nero.
Credo che Franco le avrebbe risposto “A te cognosso…tei sempre chi a rompe e bale”.
Domani...Una splendida canzone del mio amico Franco......Ciao.....

lunedì 14 gennaio 2019

Il Mirteto - Gocce di memoria - Giorgia (2003)


LUIGI BALLOTTA                    Dal "Mirteto" di Massimo Baldino
di anni 57            
vulgo Gigion                                                  (Lo trovi qui)
Non riuscii mai a dimenticarla.
Non riuscii mai a superare l’attimo in cui lei mi disse addio.
Improvvisamente la luce nella mia mente si spense
e io rimasi prigioniero delle mie ossessioni.
Cominciai a bere sempre più,
bazzicando le peggiori osterie del paese.
Presto anche il lavoro
se ne andò e mi ritrovai triste, povero
e sempre più maledettamente solo.
Mi ritrovarono,
in una rigida mattina d’inverno,
stecchito, disteso su una panchina 
della piazza principale del paese.
Dicono che stringessi
una ciocca di capelli di lei
nella mia mano
e che con quella mi abbiano seppellito.
Ma penso che queste siano tutte sciocche dicerie.
Io non sono mai stato così romantico e appassionato.
Per tutti ero semplicemente
Gigion l’ex imbianchino”. 

domenica 13 gennaio 2019

Cento giorni - Caterina Caselli (1966)

"Cento giorni, cento ore
O forse cento minuti
Mi darai
Una vita, cento vite
La mia vita
In cambio avrai"
...e chi se la dimentica...ci sono canzoni che penetrano nella nostra anima e finiscono per divenire una parte di noi. Cento giorni è una di queste !